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IL CLASSICISMO
Le oscillazioni nell’estetica musicale e il conseguente succedersi dei cambiamenti stilistici non seguono, in genere, un percorso rettilineo né tantomeno esattamente rilevabile nei suoi termini cronologici. Ma se mai ci fu, nella storia della musica, un radicale e repentino mutamento del linguaggio e del gusto musicale, questo avvenne intorno alla metà del XVIII secolo; e da lì occorre iniziare la ricognizione storica perché proprio lì affonda le radici quello stile che accomuna le opere di Haydn, di Mozarte del primo Beethoven e che è stato definito "classico" per la capacità, che ha questo termine fin troppo abusato, di significare qualcosa di perfetto, esemplare, degno di superare gli angusti confini del tempo per assurgere a modello "eterno".
BISOGNA SAPER CONVIVERE

Prima o poi, arriva il momento in cui ognuno di noi deve decidere da solo cosa è giusto fare in una precisa circostanza; diventiamo, cioè, responsabili delle nostre azioni e parole.
IL RITO E LA MAGIA NELLA TRADIZIONE POPOLARE CAMPANA
Il rito in sé non è altro che una forma di comportamento umano che si manifesta nelle rappresentazioni di festività popolari, dove si crea un forte contatto extrasensoriale con la ?divinità?.
La magia, invece, è l?intervento in natura del ?soprannaturale?. Entrambi, però, attraggono come un magnete e, in Campania, questi fenomeni, sono presenti da secoli, dando vita a varie forme di superstizioni quali: malocchio – fatture, cornetti, gatto neo, ferro di cavallo, etc.
In musica gli strumenti popolari quali l?organetto, le nacchere, il tamburello o Tammorra si distinguono per la loro funzione rituale. Infatti, essi rappresentano l?unione simbolica dell?uomo e della donna. Le nacchere, ad esempio, per il loro percuotersi l?una verso l?altra, rappresentano simbolicamente l?unione sessuale, lo stesso dicasi per l?apertura e chiusura del mantice dell?organetto. Mentre le impugnature del tamburello o tammorra, a sinistra è per il maschio e a destra è per la femmina, segue la stessa disposizione degli sposi all?altare. Trattasi sicuramente di riti magici tramandati da secoli.
I riti magici, in Campania, hanno diverse funzioni. Una è quella di creare, con il gesto, una sorta di barriera esorcizzante. Ciò accade durante le danze, quando le braccia dei danzatori, che sono anche suonatori, creano un proprio spazio comunicativo: un cerchio. Le motivazioni esplicative di queste figure geometriche le vedremo più avanti.
La gestualità della tammurriata o tarantella sono ingredienti e ?realtà? evocative fondamentali del rito magico attualmente in uso in Campania, durante le feste popolari.
Trattasi, ovviamente, di festività pagane con le quali si celebravano le antiche divinità e successivamente trasformate e assunte dalla chiesa cattolica. Un esempio di tale consuetudine è la processione della Madonna dell?Arco a Napoli. Essa è una derivazione della festa campestre dedicata a Cerere e a Bacco (dio del vino) suo sposo.
Tali commemorazioni sono tutt?ora presenti nella pratica popolare. Infatti, proprio durante la festa della Madonna dell?Arco, c?è la sagra del vino o delle più ?moderne? birra e sangria.
Stessa cosa accade per il Carnevale legato all?antica festa romana dedicata al dio Saturno (saturnali).
Tutto diventa chiaro allo spettatore nel momento in cui assiste dal vivo a queste ?cerimonie?.
Lo spazio sonoro, la costruzione del rito magico della tammurriata o tarantella sono da ricercare, in senso antropologico, nelle credenze popolari assai remote che persistono, ancora oggi, in forme diverse e più ?moderne?.
I vari riti, quello agrario della vendemmia, il funerale, la processione, la fecondità, il tempo delle stagioni, le preghiere devozionali – i fuochi o fucaroni (a Campagna fucanoli) dedicati a S. Lucia e a S. Antonio, confermano, nella maggior parte dei casi, che il rito avviene all?interno di feste popolari e che il rito magico che le accompagna è prodotto dai partecipanti, i quali, con la loro presenza, sostengono un disegno evocativo ?spirituale? con l?aggregazione simboleggiata dal cerchio.
In una tale atmosfera, il coinvolgimento emotivo e sacrale si fortifica attraverso la gestualità della musica e della danza, mediante la quale, la stessa musica assume funzione terapeutica «à n?focà gli animi».
La funzione della festa popolare è evidente e il carattere assemblativo è palese, poiché tutta la successione coreografica del rito magico, si svolge a terra, dove i movimenti della danza e le grida sembrano, a tratti, mimare i gallinacci.
Tale analogia è da ricercare sempre nelle credenze popolari. La gallina veniva considerata l?animale più vicino alla terra, una sorta di ponte di trasmissione col ?divino?.
In alcune zone della Campania, ancora oggi, è consuetudine offrire un brodo di pollo a parenti e amici che sono in lutto. Lo stesso sacrificio della gallina è un?usanza antichissima, poiché secondo la credenza, consentirebbe all?anima del defunto, uscita dal corpo, di entrare insieme al gallinaccio nel regno dell?aldilà. Una sorta di guida (Un Caronte pennuto N.d.R.).
Da notare la disposizione affatto casuale nelle processioni. I bimbi sono sempre davanti innocenti e indifesi, pronti ad affrontare la vita, ma più vicini alla morte, mentre i vecchi che ne aspettano l?arrivo, stanno dietro. In mezzo, i più giovani, a portare la statua.
Lo stesso lento scorrere del tempo, durante le processioni, o la veglia al defunto, riflettono quelli dei riti magici.
Per le stagioni vi era un detto popolare che affermava che se non entrava l?inverno, non poteva uscire la primavera. Questo detto deriva da una leggenda popolare che parla del rapimento di ?Core? che provoca l?ira della madre ?Demetra?, la quale, per vendicarsi di ?Giove? temporeggia. Ma ?Ade? dando ascolto a ?Ermes? restituisce ?Core? alla madre ?Demetra?, inducendo però ?Core? a far voto di mangiare chicchi di melograno che, a sua insaputa, gli avrebbero impedito per sempre di rimanere con sua madre ?Demetra? che infine, rassegnata, restituisce ?Core? costretto a vivere sospeso nel tempo. Ecco l?autunno, e quando ritorna dalla madre, la primavera.
In passato era usanza pagana offrire ad un uomo illustre fiori e petali di rosa, esponendo, al suo passaggio, stoffe pregiate sui balconi, a simboleggiare il rispetto e l?importanza della casata. Tutt?ora, questo rito, in Campania, infatti, presente durante la festa del sacro cuore di Gesù che rievoca con questi gesti ancestrali la forte devozione alla celebrazione religiosa.
Come accennavo prima, fra le forme geometriche più ricorrenti del rito magico praticato in Campania, vi è il Cerchio. Ciò non è casuale, perché tale figura rievoca l?unione col mondo circostante, dove si svolgono tutte le attività coreografiche.
La figura geometrica del cerchio è presente da tempi remoti nella leggenda di re Artù e i cavalieri della tavola rotonda, la coppa circolare del Santo Graal, Stoneiger in Inghilterra, etc
Chiaramente la funzione magica che gli si attribuisce varia da regione a regione. In Campania, tale figura, ha sempre assunto un ruolo di protezione e di espulsione del male, la stessa musica della Tammurriata costituisce una barriera dove tutti i partecipanti, durante il rito magico, intervengono senza alcuna distinzione sociale, come ad esempio, la danza popolare del rito energetico delle streghe di Benevento, condannate da credenze popolari, etiche e religiose non sempre veritiere.
Ma perché proprio il cerchio? Sono tante le supposizioni. Una di queste è che gli astri del cielo, la luna e il sole sono circolari e sono state le prime divinità. Gli stessi strumenti musicali a percussione usati nelle tammuriate sono circolari, e anche altri usati in diversi ambiti culturali, sono costruiti a cerchio.
In Egitto, per il culto di ?Iside? (obelisco a Benevento) e ?Osiride?, l? ?Ione?, cioè l?area del mistero, era racchiuso in un cerchio. I Greci hanno studiato l?area del cerchio per calcolare l?infinito. La famosa greca,l?astrologia etc.
La funzione rituale e magica del cerchio, visibile anche oggi nella danza popolare campana oltre che nelle tarantelle, nella quadriglia, la zeza, il carnevale la Montemaranese e n trezzate di Celzi di Piazza Pandola, i gigli di Nola e di Palma Campania, per citarne alcuni.
Tutto questo diventa evidente quando si può assistere personalmente a tali fenomeni di cultura popolare, dove si ribadisce che tutte le funzioni emanano messaggi radicati in valori secolari e che sfociano in un?etica morale non sempre apprezzata. L?ambiente, le varie credenze, la stessa tammurriata si rappresentano in cerchio. Tale figura geometrica emana da secoli valori semantici, come ad esempio il semplice e puro ritrovo di una serena e giocosa festività popolare, che defluisce in tentativi labili di combattere il male e di contattare la divinità. A testimonianza di ciò sono indicati i diversi avvenimenti che l?uomo vive sulla terra e che esprime con funzioni rituali e magiche volte ad individuare percorsi e funzioni comunicative e che sono tutt?oggi elementi di espressione presenti non solo nel nostro territorio, ma su tutto il globo terrestre.
In definitiva le tendenze ed i caratteri popolari rievocano varie funzioni e certamente rientrano con forte dignità nelle ricorrenti festività dei vari riti magici che hanno, tuttavia, da sempre , accompagnato l?esistenza umana.
Patrizio Paladino: Laureato in Lettere e Filosofia (DAMS) Bologna. Diplomato in Strumenti a percussione e Jazz presso il Conservatorio di Benevento. Collabora con la Rivista Nazionale ?Batteria e Percussioni? Roma.
Docente di Strumenti Musicali Percussioni, presso l?Istituto Comprensivo ?G. Palatucci?, Quadrivio di Campagna (Sa).
IL RITO E LA MAGIA NELLA TRADIZIONE POPOLARE CAMPANA
Il rito in sé non è altro che una forma di comportamento umano che si manifesta nelle rappresentazioni di festività popolari, dove si crea un forte contatto extrasensoriale con la ?divinità?.
La magia, invece, è l?intervento in natura del ?soprannaturale?. Entrambi, però, attraggono come un magnete e, in Campania, questi fenomeni, sono presenti da secoli, dando vita a varie forme di superstizioni quali: malocchio – fatture, cornetti, gatto neo, ferro di cavallo, etc.
In musica gli strumenti popolari quali l?organetto, le nacchere, il tamburello o Tammorra si distinguono per la loro funzione rituale. Infatti, essi rappresentano l?unione simbolica dell?uomo e della donna. Le nacchere, ad esempio, per il loro percuotersi l?una verso l?altra, rappresentano simbolicamente l?unione sessuale, lo stesso dicasi per l?apertura e chiusura del mantice dell?organetto. Mentre le impugnature del tamburello o tammorra, a sinistra è per il maschio e a destra è per la femmina, segue la stessa disposizione degli sposi all?altare. Trattasi sicuramente di riti magici tramandati da secoli.
I riti magici, in Campania, hanno diverse funzioni. Una è quella di creare, con il gesto, una sorta di barriera esorcizzante. Ciò accade durante le danze, quando le braccia dei danzatori, che sono anche suonatori, creano un proprio spazio comunicativo: un cerchio. Le motivazioni esplicative di queste figure geometriche le vedremo più avanti.
La gestualità della tammurriata o tarantella sono ingredienti e ?realtà? evocative fondamentali del rito magico attualmente in uso in Campania, durante le feste popolari.
Trattasi, ovviamente, di festività pagane con le quali si celebravano le antiche divinità e successivamente trasformate e assunte dalla chiesa cattolica. Un esempio di tale consuetudine è la processione della Madonna dell?Arco a Napoli. Essa è una derivazione della festa campestre dedicata a Cerere e a Bacco (dio del vino) suo sposo.
Tali commemorazioni sono tutt?ora presenti nella pratica popolare. Infatti, proprio durante la festa della Madonna dell?Arco, c?è la sagra del vino o delle più ?moderne? birra e sangria.
Stessa cosa accade per il Carnevale legato all?antica festa romana dedicata al dio Saturno (saturnali).
Tutto diventa chiaro allo spettatore nel momento in cui assiste dal vivo a queste ?cerimonie?.
Lo spazio sonoro, la costruzione del rito magico della tammurriata o tarantella sono da ricercare, in senso antropologico, nelle credenze popolari assai remote che persistono, ancora oggi, in forme diverse e più ?moderne?.
I vari riti, quello agrario della vendemmia, il funerale, la processione, la fecondità, il tempo delle stagioni, le preghiere devozionali – i fuochi o fucaroni (a Campagna fucanoli) dedicati a S. Lucia e a S. Antonio, confermano, nella maggior parte dei casi, che il rito avviene all?interno di feste popolari e che il rito magico che le accompagna è prodotto dai partecipanti, i quali, con la loro presenza, sostengono un disegno evocativo ?spirituale? con l?aggregazione simboleggiata dal cerchio.
In una tale atmosfera, il coinvolgimento emotivo e sacrale si fortifica attraverso la gestualità della musica e della danza, mediante la quale, la stessa musica assume funzione terapeutica «à n?focà gli animi».
La funzione della festa popolare è evidente e il carattere assemblativo è palese, poiché tutta la successione coreografica del rito magico, si svolge a terra, dove i movimenti della danza e le grida sembrano, a tratti, mimare i gallinacci.
Tale analogia è da ricercare sempre nelle credenze popolari. La gallina veniva considerata l?animale più vicino alla terra, una sorta di ponte di trasmissione col ?divino?.
In alcune zone della Campania, ancora oggi, è consuetudine offrire un brodo di pollo a parenti e amici che sono in lutto. Lo stesso sacrificio della gallina è un?usanza antichissima, poiché secondo la credenza, consentirebbe all?anima del defunto, uscita dal corpo, di entrare insieme al gallinaccio nel regno dell?aldilà. Una sorta di guida (Un Caronte pennuto N.d.R.).
Da notare la disposizione affatto casuale nelle processioni. I bimbi sono sempre davanti innocenti e indifesi, pronti ad affrontare la vita, ma più vicini alla morte, mentre i vecchi che ne aspettano l?arrivo, stanno dietro. In mezzo, i più giovani, a portare la statua.
Lo stesso lento scorrere del tempo, durante le processioni, o la veglia al defunto, riflettono quelli dei riti magici.
Per le stagioni vi era un detto popolare che affermava che se non entrava l?inverno, non poteva uscire la primavera. Questo detto deriva da una leggenda popolare che parla del rapimento di ?Core? che provoca l?ira della madre ?Demetra?, la quale, per vendicarsi di ?Giove? temporeggia. Ma ?Ade? dando ascolto a ?Ermes? restituisce ?Core? alla madre ?Demetra?, inducendo però ?Core? a far voto di mangiare chicchi di melograno che, a sua insaputa, gli avrebbero impedito per sempre di rimanere con sua madre ?Demetra? che infine, rassegnata, restituisce ?Core? costretto a vivere sospeso nel tempo. Ecco l?autunno, e quando ritorna dalla madre, la primavera.
In passato era usanza pagana offrire ad un uomo illustre fiori e petali di rosa, esponendo, al suo passaggio, stoffe pregiate sui balconi, a simboleggiare il rispetto e l?importanza della casata. Tutt?ora, questo rito, in Campania, infatti, presente durante la festa del sacro cuore di Gesù che rievoca con questi gesti ancestrali la forte devozione alla celebrazione religiosa.
Come accennavo prima, fra le forme geometriche più ricorrenti del rito magico praticato in Campania, vi è il Cerchio. Ciò non è casuale, perché tale figura rievoca l?unione col mondo circostante, dove si svolgono tutte le attività coreografiche.
La figura geometrica del cerchio è presente da tempi remoti nella leggenda di re Artù e i cavalieri della tavola rotonda, la coppa circolare del Santo Graal, Stoneiger in Inghilterra, etc
Chiaramente la funzione magica che gli si attribuisce varia da regione a regione. In Campania, tale figura, ha sempre assunto un ruolo di protezione e di espulsione del male, la stessa musica della Tammurriata costituisce una barriera dove tutti i partecipanti, durante il rito magico, intervengono senza alcuna distinzione sociale, come ad esempio, la danza popolare del rito energetico delle streghe di Benevento, condannate da credenze popolari, etiche e religiose non sempre veritiere.
Ma perché proprio il cerchio? Sono tante le supposizioni. Una di queste è che gli astri del cielo, la luna e il sole sono circolari e sono state le prime divinità. Gli stessi strumenti musicali a percussione usati nelle tammuriate sono circolari, e anche altri usati in diversi ambiti culturali, sono costruiti a cerchio.
In Egitto, per il culto di ?Iside? (obelisco a Benevento) e ?Osiride?, l? ?Ione?, cioè l?area del mistero, era racchiuso in un cerchio. I Greci hanno studiato l?area del cerchio per calcolare l?infinito. La famosa greca,l?astrologia etc.
La funzione rituale e magica del cerchio, visibile anche oggi nella danza popolare campana oltre che nelle tarantelle, nella quadriglia, la zeza, il carnevale la Montemaranese e n trezzate di Celzi di Piazza Pandola, i gigli di Nola e di Palma Campania, per citarne alcuni.
Tutto questo diventa evidente quando si può assistere personalmente a tali fenomeni di cultura popolare, dove si ribadisce che tutte le funzioni emanano messaggi radicati in valori secolari e che sfociano in un?etica morale non sempre apprezzata. L?ambiente, le varie credenze, la stessa tammurriata si rappresentano in cerchio. Tale figura geometrica emana da secoli valori semantici, come ad esempio il semplice e puro ritrovo di una serena e giocosa festività popolare, che defluisce in tentativi labili di combattere il male e di contattare la divinità. A testimonianza di ciò sono indicati i diversi avvenimenti che l?uomo vive sulla terra e che esprime con funzioni rituali e magiche volte ad individuare percorsi e funzioni comunicative e che sono tutt?oggi elementi di espressione presenti non solo nel nostro territorio, ma su tutto il globo terrestre.
In definitiva le tendenze ed i caratteri popolari rievocano varie funzioni e certamente rientrano con forte dignità nelle ricorrenti festività dei vari riti magici che hanno, tuttavia, da sempre , accompagnato l?esistenza umana.
Patrizio Paladino: Laureato in Lettere e Filosofia (DAMS) Bologna. Diplomato in Strumenti a percussione e Jazz presso il Conservatorio di Benevento. Collabora con la Rivista Nazionale ?Batteria e Percussioni? Roma.
Docente di Strumenti Musicali Percussioni, presso l?Istituto Comprensivo ?G. Palatucci?, Quadrivio di Campagna (Sa).
IL MELODRAMMA: CAMERATA DE’ BARDI
Franco Vigorito*
Come abbiamo trattato nel precedente capitolo verso il XV sec. si sviluppò, in modo preponderante, la cosiddetta Scuola Fiamminga con lo sviluppo del contrappunto vocale alla cui base sta il principio dell?imitazione che essi chiamavano Canone (tale accezione aveva un significato più ampio di quello che gli diamo oggi).
Inoltre, all?inizio del XVI sec., si sviluppa quel movimento importantissimo che va sotto il nome di Rinascimento. Gli studiosi di quel periodo, chiamati Umanisti, si erano prefissi lo scopo di riportare in auge, in tutte le sue forme, gli splendori della civiltà greca. Questo nuovo fermento ?contagiò? una nutrita schiera di intellettuali, poeti, musicisti e artisti che si riunivano nella casa fiorentina del conte Giovanni dè Bardi, nota appunto come ?Camerata de? Bardi?. Di questa schiera facevano parte, oltre allo stesso conte, i musicisti Vincenzo Galilei (padre dell?astronomo Galileo) Jacopo Peri, Giulio Caccini, Emilio De? Cavalieri; i poeti Ottavio Rinuccini e Gabriello Chiambrera; l?erudito Gerolamo Mei e tanti altri. Essi si riunivano in Accademie (riunioni intellettuali) per discutere intorno alla poesia e alla musica della loro epoca in relazione a quanto si conosceva dell?arte greca.
Durante queste riunioni si indagava il modo di ricreare la musica greca che, secondo la loro opinione, era stata più perfetta ed espressiva di quella della loro epoca; essi muovevano (soprattutto il Galilei) aspre critiche alla polifonia, affermando che l?intreccio delle parti, impedendo la comprensione delle parole, si rivelava inefficace a riprodurre i sentimenti evocati dal testo. Si proposero, quindi, di creare un particolare linguaggio musicale che fu definito recitar-cantando, in cui la musica aveva il compito di accrescere il senso delle parole, secondo quanto si riteneva fosse accaduto nell?antica Grecia.
Il risultato di questa ?ricerca? fu la nascita della Monodia che venne esplicata in modo approfondito dal Galilei nel suo trattato dialogo della musica antica e moderna del 1581, in cui condensa le sue idee sulla polifonia (in modo talvolta sprezzante) e sulla monodia (al contrario molto elogiata) ed esprimeva il desiderio che si tornasse alla purezza della musica dell?antica Grecia, dando egli stesso prova pratica di tali principi musicando il Canto dantesco riguardante il Conte Ugolino.
La Camerata aveva teorizzato e messo in pratica, quindi, il recitar-cantando dove si teneva conto della semplicità della musica popolare riscoperta dalla funzione puramente affettiva della musica, abbandonando le antiche formule del contrappunto a favore di uno stile semplice e lineare. Tali teorie saranno riprese nel 1602 da Giulio Caccini ne? ?Le Nuove Musiche? ritenuto il vero e proprio manifesto della Camerata.
Paradossalmente, sia la Riforma di Lutero che la successiva Controriforma del Concilio di Trento condanneranno la polifonia perché metteva in secondo piano il testo dei canti, la Camerata l?avversava per motivi di natura estetica.
I primi ?Drammi per Musica? apparvero in questo ordine:
1595: Dafne di J. Peri, su testo di Ottavio Rinuccini. Rappresentato in casa Corsi, è andato perduto ad eccezione di due brani.
1600: Euridice di J. Peri su testo di Rinuccini. Alcune parti sono di G. Caccini. Rappresentato per le nozze di Maria de? Medici con Enrico IV. Nello stesso anno Caccini completava la stesura della sua Euridice sul medesimo testo del Rinuccini. L?opera, però, venne rappresentata nel 1602.
Il melodramma si diffuse subito in altre città dando, così, origine alle varie Scuole.
*Franco Vigorito: Diplomato in Flauto Traverso al Conservatorio di Musica di Salerno con il massimo dei voti e la Lode. Concertista, Direttore d?Orchestra, Didatta. Ha tenuto concerti in Russia, Ungheria, Romania e in molte città italiane (Catania, Venezia, Napoli, Foggia, etc).È autore di diversi adattamenti di opere liriche in un solo atto. Collabora con i Proff. Del Teatro S. Carlo di Napoli, con l?artista Bruno Venturini ed è docente di Flauto Traverso presso l?Istituto Comprensivo ?G. Palatucci? del Quadrivio di Campagna.





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